quando apro gli occhi mi si aprono le vene

senza titolo

Era la forma delle cose
ustionata dal tempo
la pace del moto dei capelli
nell’acqua
l’esplosione contenuta dei polsi
e il gesto aggraziato della mano
che invitava – insieme

Era il chiodo che hai estratto dalla trave
e il crollo muto degli anni
e sulle scale il passo interrotto
e l’onda di luce che ha invaso il foglio

Era quanto avevamo atteso
insieme – parlando a voce bassa
con gli occhi allacciati

e la tua voce tremava
a sentirmi viva
e io volevo essere ti dicevo
una cosa caduta per sbaglio
fra le tue mani

Poeti nella rivoluzione russa – a cura di Milo De Angelis // giovedí 27/04 ore 19.30 // Casa della Poesia di Milano

giovedì 27 aprile ’17, ore 19:30 – LABORATORIO FORMENTINIPOETI NELLA RIVOLUZIONE RUSSA

a cura di Milo De Angelis

 

Voce recitante di Viviana Nicodemo

Musiche di Bianca Brecce

 

Alexandr Blok, Marina Cvetaeva, Sergej Esenin, Vladimir Majakovskij, Boris Pasternak

 

Cinque poeti, cinque figure indimenticabili del panorama letterario russo del ‘900.

Cosa significa essere poeta negli anni della rivoluzione russa?

 

In occasione del centenario vengono proposte al pubblico le parole e le vite di alcune delle più importanti figure letterarie che l’hanno attraversata. La biografia di ciascuno di questi autori è irrimediabilmente legata alla rivoluzione russa, alle speranze, al dolore, alla forza e allo sconvolgimento che essa ha portato.

 

Voce, suono e immagine si intrecciano e si completano in uno spettacolo che vuole restituire la poesia di questi anni, la forza di queste voci, la storia di queste vite: la storia della Rivoluzione Russa del 1917

il cielo si è fatto di viola.
sulle tue dita luccica lenta
la notte, la fuga più bella.
il tuo occhio – una sola parola:
sopravvivenza
ma la montagna scuote la testa
scettica

essere vivi stasera
è una manciata di insetti
impazzitti allo sparo delle campane
è fuggire più lentamente
stagliarsi nudi su un prato
e lasciarsi inzuppare di stelle

Non c’è bisogno di vino
o del pianto sommesso di un gatto –
già marzo da giorni sussurra
l’addio alle armi del tempo

Occorre coraggio
vestirsi al mattino con cura
ammucchiare ordinate sul viso
tutte le ore silenti

La tua solitudine resta
una pistola carica, ferma
alla tempia della mia solitudine

ma il passo è lento e leggero
e tutte le foglie conducono a te

Sono le sei. La sera
scende le scale
con le sue scarpe leggere di stelle.
La poesia rimane distesa
sui campi. La riconosci
dai bagliori soltanto
e dai fumi dorati di brina.
È inverno, dici
Il tempo è sempre di meno.
Fa presto a tornare il buio.
Chino la testa. La parola
ADESSO mi gocciola dalle labbra
e cade sulle mie mani aperte
e cade sul mio grembo composto.
Tu la raccogli con gli occhi.
Non ancora mi fa eco il tuo viso
nella penombra.
È inverno, ripeti
il tempo.. Il tempo è finito..
Distogli lo sguardo
Lasci andare la mia mano aperta
Il mio grembo si macchia di rosso

la terra si chiama ancora
terra quando si versa dentro
la pioggia – solo
si gonfia e scivola sotto le scarpe
ed è una nemica

allo stesso modo la mia tristezza
macchia la strada sotto i tuoi piedi
ti infila le mani fredde
sotto la giacca
e tu boccheggi incredulo

ed è doloroso – il mio nome
un suono che non riconosci
neppure tu

dittico del rivedersi (parte I)

I

volevamo percorrere sentieri
spiagge, chilometri autostradali –
potevamo. la notte non era un rischio
andare a occhi spenti
veloci superando il limite
da te a me

avremmo percorso stanze
invase da quadri, piatti vuoti
e assenze –
ma sono rimasti
troppo spessi
i muri fra noi
alti

le nostre voci
non li possono attraversare

e il silenzio viene
a darci un nome:
distanti

[news] Una serata con Antonia (replica) – 9/1o/2o16 per TreviglioPoesia

Caro tu, cari voi,

domenica sera torniamo ad accompagnarci ad Antonia. 



Vi aspettiamo con abbracci e la voglia di stare insieme ad alcune delle nostre poesie preferite.

A bientot!

Bianca Brecce

[news] MonzaMusic – maratona pianistica del 1/10/2016

Caro tu, caro voi,

In attesa di pubblicare il calendario di attività del trio Nicodemo-Marini-Brecce (abbiamo molto e molto bello in serbo per quest’anno.. ma ho le labbra cucite)

Sabato 1 ottobre suono sia al mattino che al pomeriggio per questa maratona musicale a Monza.

In particolare, dalle 16 alle 17 una serie di brani russi, tratta dal mio progetto con la violinista Alice Marini “Le mie cose preferite”. Tutti pezzi sconosciuti e meravigliosi, davvero. 

Poi dalle 17 alle 18  anche la sonatina di Ravel, che è una delle mie cose preferite al mondo, seconda forse solo al gelato su una crêpe calda (sempre una cosa francese, nzomma).


L’evento comunque dura tutto il giorno come si puó vedere dal programma alla destra del mio muso,  e prevede la partecipazione di tanti musicisti simpatici e bravi. Saró in giro lí, se volete fare un salto!
Salute e a presto,

Bianca Brecce

(appunti estivi e una traduzione per Bertolt Brecht)

Su di un fico maturano
lenti i miei lutti.
Tu li soppesi nel palmo
li porti alla bocca
ecco questo è pronto
lo vedi – quasi avvizzisce
La tua bocca ride
sulla tua bocca sanguinano
semi, e altre mie poche
secche parole

——-o———-

B.B. (A Bertolt Brecht)

Quando i capelli di mio padre
erano ancora neri
in un buio ostinato
si facevano i miei nomi

Io, Bianca Brecce,
sono nata in un’estate di lutti.
Mia madre mi portò dentro i silenzi
quando ero ancora nel suo ventre.
E la voce stretta dei miei morti
fino a che vivo
sarà dentro di me.*

*Questi ultimi versi nascono sul calco della prima stanza di una delle mie poesie preferite del grande poeta tedesco Brecht, con cui condivido le iniziali di nome e cognome. Qui sotto il testo della poesia, in una mia proposta di traduzione e in lingua originale.

Del povero B.B., da “Libro delle devozioni domestiche”, 1927
Io, Bertolt Brecht, vengo dai boschi neri.
Mia madre mi portò nelle città
quando ero ancora nel suo ventre. E il freddo dei boschi
sarà con me fino a quando morirò.

Sono di casa nelle città di asfalto. Sin dal primo momento
provvisto di tutti i sacramenti:
Giornali. Tabacco. E cognac.
Diffidente e pigro e contento infine.

Sono amichevole con le persone. Mi metto
un cappello rigido, come fanno loro.
Dico: sono animali che hanno un odore particolare.
E dico: non fa nulla, sono anch’io come loro.

La mattina talvolta metto nelle mie sedie a dondolo vuote
un paio di donne
e le guardo tranquillamente e dico loro:
con me avete uno su cui non potete contare.

Quando è sera mi circondo di uomini
ci chiamiamo “gentlemen” fra di noi
Mettono i piedi sui miei tavoli
e dicono: andrà meglio per noi. E io non chiedo
“quando?”

Quando è giorno gli abeti pisciano nel grigio
e i loro parassiti, gli uccelli, cominciano a gridare.
A quell’ora vuoto il mio bicchiere in città
e butto
il mozzicone del mio sigaro e mi addormento inquieto.

Noi, razza incosciente, abbiamo dimora
in case che pensavamo indistruttibili
(così abbiamo costruito i lunghi edifici dell’isola di Manhattan
e le antenne sottili che sostengono l’Atlantico)

Di queste città rimarrà solo ciò che ora le attraversa – il vento!
La casa fa lieto colui che mangia: egli la vuota.
Noi lo sappiamo che siamo di passaggio
e dopo di noi sarà il nulla: nulla
degno di nota.

Coi terremoti che verranno, spero di non lasciare
che mi si spenga il Virginia per l’amarezza
Io, Bertolt Brecht, scagliato nelle città di asfalto
dai boschi neri dentro mia madre
un tempo.

Von armen B.B., aus “Hauspostille”, 1927
Ich, Bertolt Brecht, bin aus den schwarzen Wäldern.
Meine Mutter trug mich in die Städte hinein
Als ich in ihrem Leib lag. Und die Kälte der Wälder
Wird in mir bis zu meinem Absterben sein.

In der Asphaltstadt bin ich daheim. Von allem Anfang
Versehen mit jedem Sterbsakrament:
Mit Zeitungen. Und Tabak. Und Branntwein.
Mißtrauisch und faul und zufrieden am End.

Ich bin zu den Leuten freundlich. Ich setze
Einen steifen Hut auf nach ihrem Brauch.
Ich sage: es sind ganz besonders riechende Tiere
Und ich sage: Es macht nichts, ich bin es auch.

In meine leeren Schaukelstühle vormittags
setze ich mir mitunter ein paar Frauen
Und ich betrachte sie sorglos und sage ihnen:
In mir habt ihr einen, auf den könnt ihr nicht bauen.

Gegen Abend versammle ich um mich Männer
Wir reden uns da mit “Gentlemen” an.
Sie haben ihre Füße auf meinen Tischen
Und sagen: Es wird besser mit uns. Und ich
Frage nicht: Wann?

Gegen Morgen in der grauen Frühe pissen die Tannen
Und ihr Ungeziefer, die Vögel fängt an zu schrein.
Um die Stunde trink ich mein Glas in der Stadt aus
Und schmeiße
Den Tabakstummel weg und schlafe beunruhigt ein.

Wir sind gesessen, ein leichtes Geschlechte
In Häusern, die für unzerstörbare galten
(So haben wir gebaut die langen Gehäuse des Eilands Manhattan
Und die dünnen Antennen, die das atlantische Meer unterhalten).

Von diesen Städten wird bleiben: der durch sie
Hindurchging, der Wind!
Fröhlich machet das Haus den Esser: Er leert es.
Wir wissen, daß wir Vorläufige sind
Und nach uns wird kommen: nichts Nennenswertes.

Bei den Erdbeben, die kommen werden, werde ich hoffentlich
Meine Virginia nicht ausgehen lassen durch Bitterkeit
Ich, Bertolt Brecht, in die Asphaltstädte verschlagen
Aus den schwarzen Wäldern in meiner Mutter in früher Zeit.