quando apro gli occhi mi si aprono le vene

genesi (12.7)

non ci sarà più nulla
se non confini

attenderemo l’ora giusta
gli occhi da un orologio all’altro
lenti
in anticipo sui nostri venire meno

allora sapremo
la distanza che si misura
con i pollici premuti sul basso ventre
nella penombra tagliata
dal dorso dei libri

sapremo cos’era il non voglio dirlo
zitta
la materia che si faceva
secca a colpi più veloci
rapidamente
la paura rappresa agli angoli degli occhi
e il cadere
il non poter rimanere soli

tutto si farà più chiaro
sillaberanno le persiane
all’inizio della notte
tutto sarà farsi due

Saremo onde, vertici
e risate
cose che arrivano al compimento
per infrangersi

Saremo notti, moschee
e cattedrali sommerse
dove donne con le unghie laccate
entrano per rinfrescarsi

Saremo insieme, allo zenit
e al nadir della nostra volontà
di ogni volontà

E come fiori di zafferano
ci vorranno milioni
simili a noi
per fare la nostra polvere

autografia

come carta va
la voce
sul viso

come canta
la lingua
a volte
sembra una penna:
crepita

scrivi la storia incendiata
fai scorrere i segni
è giusto anche questo
ma lì
fermati

non cercare
di accostare
ciò che si che nasconde

suturare, dire
certe ferite
le parole non possono

dev’essere anche questa
cicatrice bianca silenziosa
si è anche questo
gemito dietro la porta, lungo
cadere, vetri

05.03.20

Essere qui
è un atto onesto
è prendere forma
e respiro – trovare
una chiave
che apre ogni parola
è trovare il gesto
che prende posto
che prende congedo

Con la testa
indichi il dove
con la mano
tocchi i miei occhi chiusi –
nella tua mano
io sorrido.

Ogni luogo
ha un segreto
che mormora
fra le magre spighe
dei nomi
con cui ci chiamiamo.

05.11.18

A G.R.

Le nostre bocche parlano
l’infinito
lo promettono
l’una all’altra.
Siamo creature di fede.

Amico mio,
è difficile
essere soli anche qui.
Dover tacere
con gli zigomi
serrati dal vento.

Più di questo
i nostri morti
non ci hanno insegnato:
la fede.

Un giorno forse,
un giorno saremo anche noi
poeti

ma per ora
non possiamo altro
che intonare il nostro dolore
a quello piccolo 
delle lagune
delle campane a festa
dell’abbaiare lontano di un cane.
Essere la prova
dell’esistenza del niente
ogni giorno.

Ma un giorno
amico mio
un giorno forse
saremo le luci di San Michele
o quelle sulla punta di una gondola
o di un lampione sulla scala 
per l’Accademia.

Qualcuno guarderà a noi
con poca speranza
con le mani segnate dal tempo.

Noi prenderemo quelle mani
le porteremo al volto
ci piangeremo dentro.

E allora la nostra luce
sarà la luce del cielo
della parola che dice tutto
la piccola prova della nostra fede
ereditata dai morti di ognuno.

Allora qualcuno guarderà a noi
e un giorno,
amico mio,
un giorno forse
saremo poeti
saremo soli
e non sarà più difficile
nemmeno qui.

16.12

Un giorno d’un tratto
anch’io saró
come tutto il resto –
una cosa di niente
una cosa di nessuno
che sta tutta in una mano
del mondo

Ma per ora
continuo a sognare
di venire giù
come il fiume dal monte

di crescere e invadere
tutto col mio respiro
come l’oleandro col lago

di bruciare perenne
come gli occhi della civetta
che si aprono sul tramonto
e lo benedicono con il verso

Un giorno d’un tratto
la poesia prenderà tra le mani
il mio volto stanco
e dirà che questo
è stato abbastanza
e benedirà il mio verso
di congedo

Ma per ora
io continuo a sognare.

17.09.2019

Quante volte ho detto:

questa è la volta buona.

Tre sigarette in fila

il canto del bollitore

la finestra sporca

oscenamente aperta

sul cortile.

Quante volte

ero solo io,

la crudeltà di una giornata

un foglio bianco sul grembo.

(senza titolo) (ottobre 2017)

La notte è nel tuo occhio.
Nel tuo occhio
la mia stella
brucia senza sosta.

Sopra di noi
parole
di stelle e notte:
non so dire
questo oscuro
punteggiarsi di silenzi
ma dalle tue dita
imparo la pronuncia –

i nostri corpi
un presagio che comprendo
la costellazione chiara
che ogni notte
mi indica il tuo sguardo

senza titolo

A S. P.

Cade di sabato

che finora era un giorno

di festa

Sabato – è un anno

che lei non è più.

Morta, si dice.

Tristemente, per malattia.

Ma non è questo.

È che dove lei non è piú

la foglia di karkadè avvizzisce

nel barattolo marocchino,

il cartello affittasi sul portone

tappa la gola ai suoi fiori.

L’impermeabile rosso

comincia a sbiadire

le piccole calze si induriscono

nel cassetto del ripostiglio.

È che si rimane

senza parole

perchè manca la sua

è che sento una voce

simile alla sua

nella mia

che trattiene ricordi.

È nelle donne più belle

che passano, nelle donne

sconosciute che mi sorridono.

Nelle lingue straniere

che si moltiplicano

coi volti di molti colori

che affollano ogni città

in cui lei ha camminato

in cui io cammino

Qui – è dove lei non è piú

ed è rimasta

immobile nella sua vestaglia bianca

di sera

a guardarmi tornare a casa

salutando lenta con la mano

dal balcone

come un angelo

come un fantasma.

A Mario Luzi

Vola alta, parola
tocca lo zenit e il nadir
della tua significazione (ML)

Zitterndes Wesen.
Du bist das Gestotter
Das hält den Morgen an
Das letze Licht
Das sich hinter dem Fenster entzündet

Bei deinem Schlaf
Sind die Jahre geboren
Und die stumme Stunde
Die Geste die aufschießend
Die Nacht zerstörte

Du stammst aus einer Geschlacht
Die Vater nicht kennen wird.
Du wirst Brüder bekommen
Aber nur im Dunkel

Dein Wort
Ist der Donner
Der die Tanne umbrachte.
Aber der Stamm blieb.

traduzione

Creatura che tremi.
Sei il balbettio
che arresta il giorno
l’ultima luce ad accendersi
dietro la tenda

Nel tuo sonno
nacquero gli anni
e le ore mute
il gesto che divampando
distrusse la notte

Sei di una stirpe
che non conoscerà i padri.
Avrai fratelli
ma solo nel buio.

La tua parola
è il fulmine che ha ucciso l’abete.
Ma il tronco rimase.