quando apro gli occhi mi si aprono le vene

Appunti necessari per il mese di settembre

vivere in questo modo: con il muso perennemente al vento, estatici, lappando la vita e bevendone importanti sorsate fredde.
vivere tamburellando con le dita sulle cose, impazientemente, e andare a sbattere con le ossa contro i muri, contro tutti i muri, al ritmo delle parole che escono dalla bocca in un dolce ruggito barbarico e universale.
vivere sapendo l’importanza del tempo e la sua intima parentela con l’amore, vivere stringendo nel palmo l’orologio, febbrili, e ridere del quadrante che si rompe per un bacio troppo violento e accarezzare le lancette storte con la nostalgia con cui un amante tocca i segni rossi sulla schiena della persona amata.
vivere tutto ció che straccia ogni vena nella corsa dalla fronte al piede stanco, dalla coscia all’anulare, vivere correndo sul pelo delle cose, come gabbiani sull’acqua, rondini sui tetti, come Bolt quando ignoró il limite concesso alla velocità e le persone urlavano impazzite e saltavano e tutto il mondo in un istante fu energia elettrica che faceva tremare terre, oceani e costellazioni.
vivere con pochi nomi sulle labbra, ma essenziali: goccia, casa, mano. Fratello, universo, colore. Argine, pulsazione, memoria. vivere per ripetere queste parole al mondo, al ritmo del sangue che ci straccia le vene in un dolce ruggito barbarico e universale.
vivere nell’estasi della corsa nel vento e dell’acqua che si dibatte negli argini del fiume, vivere come orologi rotti, beffardi e minacciosi, ironici e febbrili, come ossa, come muri, vivere come baci, vivere ed essere come un tremito di stelle, come elettricità

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senza titolo

Cose senza nome
e voci. Il caffè grida
sui fornelli e la tua schiena –
una traccia sulle sedie.
Oggi è un giorno di colore
bianco, le piante respirano
sul davanzale.
Essere vivi –
essere soli:
dover scrivere la differenza.
Sul dolore delle cose
oggi
chiudo gli occhi
stupefatta

senza titolo

allora la voce del signore
era nell’erba e si seccava
le dita degli alberi stringevano
la gola degli uccelli e gli uccelli
battevano le ali
al ritmo cardiaco della fuga

allora la voce del signore
era nella pietra e ne traeva
sangue e delle giovani
andavano con i polsi uniti
e rivolti verso l’alto

allora non era più luce
e la voce del signore
ci stese sull’erba
fra le pietre e il vento

e nonostante le foglie
nonostante il rumore del mio sangue
tu mi hai detto Sento
che c’è ancora molto
di cui vivere

senza titolo

Era la forma delle cose
ustionata dal tempo
la pace del moto dei capelli
nell’acqua
l’esplosione contenuta dei polsi
e il gesto aggraziato della mano
che invitava – insieme

Era il chiodo che hai estratto dalla trave
e il crollo muto degli anni
e sulle scale il passo interrotto
e l’onda di luce che ha invaso il foglio

Era quanto avevamo atteso
insieme – parlando a voce bassa
con gli occhi allacciati

e la tua voce tremava
a sentirmi viva
e io volevo essere ti dicevo
una cosa caduta per sbaglio
fra le tue mani

Poeti nella rivoluzione russa – a cura di Milo De Angelis // giovedí 27/04 ore 19.30 // Casa della Poesia di Milano

giovedì 27 aprile ’17, ore 19:30 – LABORATORIO FORMENTINIPOETI NELLA RIVOLUZIONE RUSSA

a cura di Milo De Angelis

 

Voce recitante di Viviana Nicodemo

Musiche di Bianca Brecce

 

Alexandr Blok, Marina Cvetaeva, Sergej Esenin, Vladimir Majakovskij, Boris Pasternak

 

Cinque poeti, cinque figure indimenticabili del panorama letterario russo del ‘900.

Cosa significa essere poeta negli anni della rivoluzione russa?

 

In occasione del centenario vengono proposte al pubblico le parole e le vite di alcune delle più importanti figure letterarie che l’hanno attraversata. La biografia di ciascuno di questi autori è irrimediabilmente legata alla rivoluzione russa, alle speranze, al dolore, alla forza e allo sconvolgimento che essa ha portato.

 

Voce, suono e immagine si intrecciano e si completano in uno spettacolo che vuole restituire la poesia di questi anni, la forza di queste voci, la storia di queste vite: la storia della Rivoluzione Russa del 1917

il cielo si è fatto di viola.
sulle tue dita luccica lenta
la notte, la fuga più bella.
il tuo occhio – una sola parola:
sopravvivenza
ma la montagna scuote la testa
scettica

essere vivi stasera
è una manciata di insetti
impazzitti allo sparo delle campane
è fuggire più lentamente
stagliarsi nudi su un prato
e lasciarsi inzuppare di stelle

Non c’è bisogno di vino
o del pianto sommesso di un gatto –
già marzo da giorni sussurra
l’addio alle armi del tempo

Occorre coraggio
vestirsi al mattino con cura
ammucchiare ordinate sul viso
tutte le ore silenti

La tua solitudine resta
una pistola carica, ferma
alla tempia della mia solitudine

ma il passo è lento e leggero
e tutte le foglie conducono a te

Sono le sei. La sera
scende le scale
con le sue scarpe leggere di stelle.
La poesia rimane distesa
sui campi. La riconosci
dai bagliori soltanto
e dai fumi dorati di brina.
È inverno, dici
Il tempo è sempre di meno.
Fa presto a tornare il buio.
Chino la testa. La parola
ADESSO mi gocciola dalle labbra
e cade sulle mie mani aperte
e cade sul mio grembo composto.
Tu la raccogli con gli occhi.
Non ancora mi fa eco il tuo viso
nella penombra.
È inverno, ripeti
il tempo.. Il tempo è finito..
Distogli lo sguardo
Lasci andare la mia mano aperta
Il mio grembo si macchia di rosso

la terra si chiama ancora
terra quando si versa dentro
la pioggia – solo
si gonfia e scivola sotto le scarpe
ed è una nemica

allo stesso modo la mia tristezza
macchia la strada sotto i tuoi piedi
ti infila le mani fredde
sotto la giacca
e tu boccheggi incredulo

ed è doloroso – il mio nome
un suono che non riconosci
neppure tu

dittico del rivedersi (parte I)

I

volevamo percorrere sentieri
spiagge, chilometri autostradali –
potevamo. la notte non era un rischio
andare a occhi spenti
veloci superando il limite
da te a me

avremmo percorso stanze
invase da quadri, piatti vuoti
e assenze –
ma sono rimasti
troppo spessi
i muri fra noi
alti

le nostre voci
non li possono attraversare

e il silenzio viene
a darci un nome:
distanti