quando apro gli occhi mi si aprono le vene

Mese: settembre, 2016

[news] MonzaMusic – maratona pianistica del 1/10/2016

Caro tu, caro voi,

In attesa di pubblicare il calendario di attività del trio Nicodemo-Marini-Brecce (abbiamo molto e molto bello in serbo per quest’anno.. ma ho le labbra cucite)

Sabato 1 ottobre suono sia al mattino che al pomeriggio per questa maratona musicale a Monza.

In particolare, dalle 16 alle 17 una serie di brani russi, tratta dal mio progetto con la violinista Alice Marini “Le mie cose preferite”. Tutti pezzi sconosciuti e meravigliosi, davvero. 

Poi dalle 17 alle 18  anche la sonatina di Ravel, che è una delle mie cose preferite al mondo, seconda forse solo al gelato su una crêpe calda (sempre una cosa francese, nzomma).


L’evento comunque dura tutto il giorno come si puó vedere dal programma alla destra del mio muso,  e prevede la partecipazione di tanti musicisti simpatici e bravi. Saró in giro lí, se volete fare un salto!
Salute e a presto,

Bianca Brecce

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(appunti estivi e una traduzione per Bertolt Brecht)

Su di un fico maturano
lenti i miei lutti.
Tu li soppesi nel palmo
li porti alla bocca
ecco questo è pronto
lo vedi – quasi avvizzisce
La tua bocca ride
sulla tua bocca sanguinano
semi, e altre mie poche
secche parole

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B.B. (A Bertolt Brecht)

Quando i capelli di mio padre
erano ancora neri
in un buio ostinato
si facevano i miei nomi

Io, Bianca Brecce,
sono nata in un’estate di lutti.
Mia madre mi portò dentro i silenzi
quando ero ancora nel suo ventre.
E la voce stretta dei miei morti
fino a che vivo
sarà dentro di me.*

*Questi ultimi versi nascono sul calco della prima stanza di una delle mie poesie preferite del grande poeta tedesco Brecht, con cui condivido le iniziali di nome e cognome. Qui sotto il testo della poesia, in una mia proposta di traduzione e in lingua originale.

Del povero B.B., da “Libro delle devozioni domestiche”, 1927
Io, Bertolt Brecht, vengo dai boschi neri.
Mia madre mi portò nelle città
quando ero ancora nel suo ventre. E il freddo dei boschi
sarà con me fino a quando morirò.

Sono di casa nelle città di asfalto. Sin dal primo momento
provvisto di tutti i sacramenti:
Giornali. Tabacco. E cognac.
Diffidente e pigro e contento infine.

Sono amichevole con le persone. Mi metto
un cappello rigido, come fanno loro.
Dico: sono animali che hanno un odore particolare.
E dico: non fa nulla, sono anch’io come loro.

La mattina talvolta metto nelle mie sedie a dondolo vuote
un paio di donne
e le guardo tranquillamente e dico loro:
con me avete uno su cui non potete contare.

Quando è sera mi circondo di uomini
ci chiamiamo “gentlemen” fra di noi
Mettono i piedi sui miei tavoli
e dicono: andrà meglio per noi. E io non chiedo
“quando?”

Quando è giorno gli abeti pisciano nel grigio
e i loro parassiti, gli uccelli, cominciano a gridare.
A quell’ora vuoto il mio bicchiere in città
e butto
il mozzicone del mio sigaro e mi addormento inquieto.

Noi, razza incosciente, abbiamo dimora
in case che pensavamo indistruttibili
(così abbiamo costruito i lunghi edifici dell’isola di Manhattan
e le antenne sottili che sostengono l’Atlantico)

Di queste città rimarrà solo ciò che ora le attraversa – il vento!
La casa fa lieto colui che mangia: egli la vuota.
Noi lo sappiamo che siamo di passaggio
e dopo di noi sarà il nulla: nulla
degno di nota.

Coi terremoti che verranno, spero di non lasciare
che mi si spenga il Virginia per l’amarezza
Io, Bertolt Brecht, scagliato nelle città di asfalto
dai boschi neri dentro mia madre
un tempo.

Von armen B.B., aus “Hauspostille”, 1927
Ich, Bertolt Brecht, bin aus den schwarzen Wäldern.
Meine Mutter trug mich in die Städte hinein
Als ich in ihrem Leib lag. Und die Kälte der Wälder
Wird in mir bis zu meinem Absterben sein.

In der Asphaltstadt bin ich daheim. Von allem Anfang
Versehen mit jedem Sterbsakrament:
Mit Zeitungen. Und Tabak. Und Branntwein.
Mißtrauisch und faul und zufrieden am End.

Ich bin zu den Leuten freundlich. Ich setze
Einen steifen Hut auf nach ihrem Brauch.
Ich sage: es sind ganz besonders riechende Tiere
Und ich sage: Es macht nichts, ich bin es auch.

In meine leeren Schaukelstühle vormittags
setze ich mir mitunter ein paar Frauen
Und ich betrachte sie sorglos und sage ihnen:
In mir habt ihr einen, auf den könnt ihr nicht bauen.

Gegen Abend versammle ich um mich Männer
Wir reden uns da mit “Gentlemen” an.
Sie haben ihre Füße auf meinen Tischen
Und sagen: Es wird besser mit uns. Und ich
Frage nicht: Wann?

Gegen Morgen in der grauen Frühe pissen die Tannen
Und ihr Ungeziefer, die Vögel fängt an zu schrein.
Um die Stunde trink ich mein Glas in der Stadt aus
Und schmeiße
Den Tabakstummel weg und schlafe beunruhigt ein.

Wir sind gesessen, ein leichtes Geschlechte
In Häusern, die für unzerstörbare galten
(So haben wir gebaut die langen Gehäuse des Eilands Manhattan
Und die dünnen Antennen, die das atlantische Meer unterhalten).

Von diesen Städten wird bleiben: der durch sie
Hindurchging, der Wind!
Fröhlich machet das Haus den Esser: Er leert es.
Wir wissen, daß wir Vorläufige sind
Und nach uns wird kommen: nichts Nennenswertes.

Bei den Erdbeben, die kommen werden, werde ich hoffentlich
Meine Virginia nicht ausgehen lassen durch Bitterkeit
Ich, Bertolt Brecht, in die Asphaltstädte verschlagen
Aus den schwarzen Wäldern in meiner Mutter in früher Zeit.