05.11.18

di Bianca

A G.R.

Le nostre bocche parlano
l’infinito
lo promettono
l’una all’altra.
Siamo creature di fede.

Amico mio,
è difficile
essere soli anche qui.
Dover tacere
con gli zigomi
serrati dal vento.

Più di questo
i nostri morti
non ci hanno insegnato:
la fede.

Un giorno forse,
un giorno saremo anche noi
poeti

ma per ora
non possiamo altro
che intonare il nostro dolore
a quello piccolo 
delle lagune
delle campane a festa
dell’abbaiare lontano di un cane.
Essere la prova
dell’esistenza del niente
ogni giorno.

Ma un giorno
amico mio
un giorno forse
saremo le luci di San Michele
o quelle sulla punta di una gondola
o di un lampione sulla scala 
per l’Accademia.

Qualcuno guarderà a noi
con poca speranza
con le mani segnate dal tempo.

Noi prenderemo quelle mani
le porteremo al volto
ci piangeremo dentro.

E allora la nostra luce
sarà la luce del cielo
della parola che dice tutto
la piccola prova della nostra fede
ereditata dai morti di ognuno.

Allora qualcuno guarderà a noi
e un giorno,
amico mio,
un giorno forse
saremo poeti
saremo soli
e non sarà più difficile
nemmeno qui.